Recensione 3 – “Le otto montagne”, Paolo Cognetti

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Romanzo vincitore del premio Strega 2017, “Le otto montagne” è coinvolgente ed interessante.

Pietro, protagonista e voce narrante della storia, è un ragazzo solitario e scontroso e abita con i genitori a Grana, ai piedi del Monte Rosa. Vive immerso nella natura, imparando fin da subito a confrontarsi con la montagna, luogo nel quale troverà sé stesso, e affiancato da Bruno, riservato e silenzioso che si occupa dei pascoli e che tra le vette ci è cresciuto. I due si ritrovano ogni estate e affrontano insieme mille avventurose scoperte, compresa quella dell’amicizia profonda, fino a che sono costretti a separarsi per diversi anni. Si ritroveranno totalmente cambiati, e con un destino già scritto che li porrà davanti a molte scelte.

Inizialmente, l’approccio al romanzo è molto lento. L’autore nella prima parte ha utilizzato uno stile molto pacato e poco scorrevole, ma una volta superate le pagine iniziali, il romanzo cattura fino a lasciare il lettore stupito e ricreduto sul finale.

Libro profondo, adulto e maturo, che esplora i rapporti umani, la crescita interiore e la voglia di scoprire la propria dimensione nel mondo, l’importanza del destino, perché “qualunque cosa esso sia, abita nelle montagne sopra di noi”.

 

Autore: Paolo Cognetti

Titolo: Le otto montagne

Editore: Enaudi

Numero di pagine: 250

Costo: 18,50 euro

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“Piccole perle universitarie”, episodio 1.

Con questo breve racconto il mio blog inizia una simpatica rubrica universitaria a due voci, poiché collaborerò con il blog di Giulia, mia amica nonché collega di studi, che vive con me queste magiche avventure. Iniziamo subito con la prima “piccola perla”.

La prima storia che voglio raccontare risale al 10 gennaio, al giorno del mio esame di letteratura francese, ovvero all’inizio di questa sessione invernale. Alle 8:30 sono già in università, perché se ho un esame a casa non riesco a rimanere, seduta ad un tavolo ripassando qualcosa mentre aspetto proprio Giulia, che mi raggiunge per supportarmi moralmente in quella mattinata già difficile.

Verso le 8:40 mi avvisa che sta entrando in università, e quindi la raggiungo. E la conversazione di quella visione mattutina è:

-Lei: “Buongiorno amica!”, tutta sorridente

-Io con il libro in mano ed il viso sconvolto dall’ansia: “ma buongiorno dove?”

Scoppia una fragorosa risata e decidiamo che è meglio spezzare questa ansia da prestazione il prima possibile, quindi come tutti i giorni andiamo a prenderci un caffè e posiamo le nostre cose nella classe dell’esame. Preso il caffè entriamo nella classe aspettando il professore per l’appello, e quindi la nostra attenzione si ripiega su discorsi più leggeri, anche se io continuo ogni tanto a ripassare inutilmente i libri.

Leggo un pezzo del manuale, poi parliamo di camicie, ripasso il discorso indiretto di Flaubert e parliamo del concerto di Sam Smith (dove per inciso andremo a Milano), riguardo l’importanza dei tempi verbali per Proust e iniziamo a pensare ad un viaggio a Parigi. Ma dentro di me l’ansia continua a crescere più si avvicina l’orario d’inizio.

Spazientita da questa mia ansia immotivata, dato che ormai le cose le so a memoria e più continuo a pensarci più perdono consistenza nella mia mente, mi annuncia: “basta con questa ansia, ti ho portato il tuo regalo di Natale. Ma non ho avuto modo di incartarlo quindi chiudi gli occhi finché te lo do”.

Mi mette tra le mani un rettangolino sottile, e dalla consistenza immagino sia un libro. Ma apro gli occhi ed è il cd di Harry Styles. Forse sovrastata dall’ansia o forse da vecchie emozioni di fan dei One direction, mi sono emozionata e il mio viso acquisisce un’espressione a cuoricino, con tanto di occhi lucidi. E ovviamente tutto ciò scatena l’ilarità di Giulia che ridendo mi scatta una foto con il cd tra le mani e questa espressione di completezza, e la invia a tutti i nostri amici.

Inutile dire che questa scena mi ha portato fortuna, perché poi due ore dopo il mio esame è finito e verbalizzato con un bel 30.

Sul blog di Giulia potete leggere un’altra divertente storia che tratta di primi giorni universitari e ragazze che rimangono chiuse nei bagni.

Ecco il suo link: https://doitlikeagirlsite.wordpress.com/

Buona lettura a tutti ❤

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Recensione 2: “Livelli di vita”

livelli di vita

Dopo una sessione invernale abbastanza stressante, finalmente mi sono potuta dedicare alla lettura e questo breve romanzo, che ho terminato giusto ieri.

Scritto dall’autore inglese contemporaneo Julian Barnes, il quale fu vincitore nel 2011 del premio letterario più importante di lingua inglese con “Il senso di una fine”, coniuga in sé i tratti di un saggio e la forza di una storia d’amore struggente, ma mai scontata o banale. La narrazione si articola in tre sezioni: le prime due si concentrano sulla storia di tre grandi personaggi del passato, e la terza su un passaggio fondamentale e recente della vita dello stesso Barnes.

I personaggi in questione sono Fred Burnaby, Sarah Bernhardt, e Felix Tournachon, a tutti noto come Nadar. Tre personalità così diverse e apparentemente disconnesse, che si trovano intrecciate ed accumunate dalla stessa passione, il volo: erano infatti gli anni delle prime mongolfiere, tutti e tre sono affascinati da questa pratica e vogliono a tutti i costi staccarsi da terra, per vedere e vivere il mondo dall’alto. Anche l’amore fa la sua parte, dimostrandoci quanto sia divino e quanto ci avvicini spiritualmente laddove il volo può avvicinarci solo fisicamente. E Barnes ce lo dimostra molto bene nell’ultima parte, attraverso un linguaggio non ricercato ma estremamente toccante, di una verità sconvolgente, mentre racconta la storia del suo immenso amore per la moglie morta nel 2008.

Questo autore riesce sempre a lasciarmi molti spunti di riflessione, a colpirmi nel profondo con le sue parole e a lasciarmi il segno. Il suo stile così diretto e magistrale, fa arrivare alla realtà profonda delle cose, riesce a mettere a nudo il sentimentalismo oltre che a rapire l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, tanto che personalmente non sono riuscita quasi a smettere di leggerlo. Inutile dire che ne consiglio la lettura, per il piacere di lasciarsi catturare dalle pagine di questa perla letteraria.

“Siamo creature destinate al piano orizzontale, a vivere coi piedi per terra, eppure aspiriamo ad elevarci. Da spettatori terragni quali siamo, qualche volta ci è dato di raggiungere gli dei. Alcuni di noi lo fanno attraverso l’arte, altri con la religione; nove su dieci con l’amore.” – Julian Barnes.

Pensieri

Sentirsi vuoti. Sentirsi soli. Capita, molto spesso nelle nostre vite di sentirci così, senza sapere il perché. Sentirsi soli anche quando abbiamo attorno molte persone, quando si è in compagnia, sentire un vuoto dentro e non sapere da dove derivi.

Così proviamo a distrarci, a fare del nostro meglio per non pensare a questa sorta di “spleen” baudleriano, e quindi usciamo, ci facciamo dei nuovi amici, ci riuniamo ai vecchi, ci inventiamo degli hobbies, facciamo finta che vada tutto bene, fingendo che in realtà il nostro mondo interiore non stia crollando come una casa di carte al vento. E per un po’ sembra anche funzionare, perché magari per un attimo, confusi dalle chiacchiere o da quello che stiamo facendo, prendiamo le distanze da quel sentire senza nome che ci tiene sotto scacco ad ogni passo.

Ma poi, d’improvviso, tutto cambia. Tutto prende una luce diversa, e anche quello che ci sembrava essere un caleidoscopio di colori immediatamente diventa di un grigio plumbeo e perde ogni sfumatura. Le chiacchiere diventano vuote, gli hobbies non ci danno più lo stesso svago dell’inizio, e non riuscendo più a scappare da quel vuoto ecco che ci lasciamo riavvolgere più di prima, come se fosse tanto vuoto quanto consolante.

Quel vuoto è come una sorta di morte: spaventoso all’idea ma è l’unica cosa certa e rassicurante che è destinata a noi fin da quando nasciamo, l’unica cosa nella quale ci sentiamo sicuri e protetti.

Forse è perché siamo davvero noi stessi quando ci sentiamo così, forse è perché non siamo altro che questo: ammassi confusi di emozioni che non sanno gestire, che si sentono sicuri solo in un porto calmo, ma che allo stesso tempo gli causa solitudine. Isolati dal resto, soli con noi stessi.

Riassunto 1: “Il nuotatore”, John Cheever

Ned Merril è vittima di un contesto sociale che lo ingabbia. Ad una festa, una domenica come tante, ha la bizzarra idea di tornare a casa passando dal percorso “Lucinda”, fatto delle piscine del suo vicinato. Con la perdita della cognizione temporale e il flusso di pensieri ininterrotto, Ned dimostra la stanchezza che prova nel suo animo, l’alienazione rispetto alla sua vita e a ciò che lo circonda.

L’apice del racconto va lentamente crescendo per intensificarsi nel passaggio finale, quando Ned, sfinito dallo sforzo, attraversa l’ultima piscina e giunge finalmente a casa, trovandola però disabitata. Ned sembra sorpreso da tutto quello che ha scoperto nel suo strano viaggio, ma nell’ultima scena il sipario si chiude su un protagonista quanto mai afflitto, sul quale piomba d’improvviso la realtà.

 

“Adolphe”, Constant

“Je lisais de préférence dans les poètes ce qui rappelait la brièveté de la vie humaine. Je trouvais qu’aucun but ne valait la peine d’aucun effort. Il est assez singulier que cette impression se soit affaiblie précisément à mesure que les années se sont accumulées sur moi. Serait-ce parce qu’il y a dans l’espérance quelque chose de douteux, et que, lorsqu’elle se retire de la carrière de l’homme, cette carrière prend un caractère plus sévère, mais plus positif ? Serait-ce que la vie semble d’autant plus réelle que toutes les illusions disparaissent, comme la cime des rochers se dessine mieux dans l’horizon lorsque les nuages se dissipent ?”

Recensione 1 – “Una radio straordinaria”, John Cheever

Jim e Irene Westcott, protagonisti di “una radio straordinaria” di John Cheever, sono due giovani coniugi borghesi ai quali si stravolge la vita per via della nuova radio acquistata da Jim per rimpiazzare quella rotta. Ben presto Irene si accorge che il nuovo apparecchio permette a chi lo ascolta di “entrare” negli appartamenti dell’imponente caseggiato dove vivono, a Sutton Place, e di ascoltare i vari discorsi dei vicini senza essere scoperti.

La vicenda si svolge in anni evidentemente contemporanei agli anni dell’autore, all’interno dell’appartamento dove ogni giorno Irene accende la radio, l’oggetto centrale della narrazione, che rappresenta per la donna la via di fuga dalla sua realtà opprimente e solitaria, ma è anche simbolo della modernità e della vita di Irene che cambia, rendendola più consapevole di ciò che la circonda.

In questo racconto apparentemente improbabile, Cheever usa Irene per dare voce ai disagi e alle emozioni di un’intera classe sociale nel secolo più confuso della storia umana, dove massificazione e ricerca della banalità sono la base su cui poggiano tutti gli equilibri del mondo. Solo la radio irrompe nella falsa calma della coppia, come un “deus ex machina”, instillando nella mente di lei riflessioni e prese di coscienza che probabilmente da sola non avrebbe mai raggiunto, per via della superficialità portata dal contesto storico, e permettendo anche al lettore di riflettere sentendosi parte di quella realtà, complice anche lo stile terso dell’autore.

Mayakovsky

“My heart’s aflutter!

I am standing in the bath tub

crying. Mother, mother

who am I? If he

will just come back once

and kiss me on the face

his coarse hair brush

my temple, it’s throbbing!

 

then I can put on my clothes

I guess, and walk the streets.

 

2

I love you. I love you,

but I’m turning to my verses

and my heart is closing

like a fist.

 

Words! be

sick as I am sick, swoon,

roll back your eyes, a pool,

 

and I’ll stare down

at my wounded beauty

which at best is only a talent

for poetry.

 

Cannot please, cannot charm or win

what a poet!

and the clear water is thick

 

with bloody blows on its head.

I embrace a cloud,

but when I soared

it rained.

 

3

That’s funny! there’s blood on my chest

oh yes, I’ve been carrying bricks

what a funny place to rupture!

and now it is raining on the ailanthus

as I step out onto the window ledge

the tracks below me are smoky and

glistening with a passion for running

I leap into the leaves, green like the sea

 

4

Now I am quietly waiting for

the catastrophe of my personality

to seem beautiful again,

and interesting, and modern.

 

The country is grey and

brown and white in trees,

snows and skies of laughter

always diminishing, less funny

not just darker, not just grey.

 

It may be the coldest day of

the year, what does he think of

that? I mean, what do I? And if I do,

perhaps I am myself again.”

 

Frank O’Hara

-stars are shining, and so are you-

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Dimentica tutto. Dimentica ciò che hai fatto, ciò che hai detto, chi sei stato, e vieni da me come una persona nuova. Non sarò quella che ti asseconderà, ma posso essere quella che ti starà accanto anche nei momenti più difficili.

Vieni con me, partiamo. Non importa dove purché siamo soli, io e te. E mentre saremo soli stringimi forte, come non hai mai fatto, fammi sentire che ti sono dentro, che se potessi mi stringeresti ancora di più fino a stritolarmi.

Fammi sentire che mi sei accanto anche quando non ci sei, fammi percepire il tuo sguardo su di me anche quando siamo distanti, fammi ascoltare il tuo cuore battere col mio. Fammi entrare nella tua vita, nei tuoi pensieri, nei tuoi sogni.

Rendimi parte di te.

Spogliati di tutto.

Condividi con me i tuoi progetti, ed io mi perderò a guardarti mentre mi descrivi come intendi realizzarli.

Parla con me delle tue paure, e io ti aiuterò a superarle.

Mostrami i tuoi muri, ma non costruirne altri per dividermi da te: sono già troppo pesanti quelli che io ho costruito per anni che non riuscirei a sostenerne altri.

Non sono perfetta, sbaglio continuamente, ma prometto di non usare le tue debolezze come un’arma per prevalere su di te. E vorrei che tu facessi lo stesso.

Non usarmi, ma sii sempre sincero e coerente con te stesso, e altrettanto farò io.

Non promettermi cose che non puoi mantenere: la fiducia che ho riposto in te si sgretolerebbe.

Non arrabbiarti per come sono, ma se davvero mi scegli ogni giorno accettami per quella che sono senza desiderare che io cambi qualcosa di me. Perché io non desidero che cambi di te una sola virgola.

Non calpestare la mia personalità, non rinfacciarmi gli errori che commetto, ma dammi modo di capirli e migliorarmi. Perché io farò lo stesso.

Ascoltami, e dedicami ogni giorno le attenzioni di cui ho bisogno. Lo farò anch’io, per te.

So essere forte come una roccia o debole come una foglia, non mi perdono mai gli sbagli, ho un giudizio di me di una severità tagliente, a volte le mie insicurezze mi lasciano senza respiro, ma non ho bisogno di qualcuno accanto perché devo riempire i vuoti che ho. Ho bisogno di qualcuno che mi riempia la vita solo perché ho piacere che lo faccia, e non perché spero che mi capisca, a che scopo dato che sono talmente un disastro che a volte non mi capisco nemmeno io stessa?

Dimostrami che ti rendo felice, e prendimi per mano consapevole del tuo rischio.

First:

Christina aveva imparato una cosa: ogni azione, ogni decisione porta inevitabilmente a perdere qualcosa, e poiché non ci si può mai escludere dalla scelta, tutto sta a capire che cosa veramente si vuol perdere.

Che cosa davvero si è disposti a lasciarsi dietro?

Questa fu la domanda che si pose molto tempo prima, quando aveva deciso che voleva lasciarsi alle spalle ogni singola cosa che le ricordasse il suo orrendo passato. Se la pose, questa domanda, la sera in cui senza ripensamenti, mise alla rinfusa alcuni ricordi e oggetti a caso in un borsone, forse gli unici che non voleva dimenticare, e partì con mille dubbi e quattro soldi, i primi in una tasca e i secondi nell’altra, decisa a non voltarsi mai più indietro. Aveva chiuso con suo padre, con la violenza, con il dolore… aveva smesso e voleva concedersi un’altra occasione per cercare un’ultima volta un motivo per credere che la vita non fosse così orrenda.

Aveva vissuto in un contesto familiare praticamente inesistente: sua madre era morta la notte di Natale dei suoi 12 anni, e suo padre non si riprese mai. Fu proprio a causa quel meschino scherzo del destino che egli si trasformò da padre amorevole qual era, a uomo violento che, oltre a non curarsi più del suo “bocciolo” come la chiamava, come se non bastasse riversava su sua figlia colpe inesistenti e frustrazioni di un marito che aveva perso l’amore della sua vita troppo presto e senza nemmeno avere il tempo di dirle addio a dovere.

Era cresciuta sotto le amorevoli e per quanto materne cure della sua vicina di casa che dopo la morte di sua madre l’aveva cercata di crescere come se fosse una figlia, la figlia che lei invece non aveva mai avuto. L’aveva nutrita, l’aveva vestita, l’aveva aiutata a finire i suoi studi, le aveva tante volte aperto la porta di casa quando la ragazza le bussava in piena notte piena di lividi e con gli occhi spenti dalla tanta sofferenza e violenza che aveva subito poco prima quando suo padre rientrava a casa ubriaco e riversava su di lei il suo dolore. Aveva per quanto possibile cercato di supplire la mancanza di sua madre, e di questo Christina le sarebbe stata per tutta la vita grata.

E fu la sua vicina di casa, fu solamente Anne che Christina salutò il giorno in cui decise di lasciarsi indietro la sua vecchia vita per avventurarsi nel vorace mondo aldilà del suo squallido quartiere, decisa a cercare se stessa, a rimettere a posto i suoi pezzi e decisa a crearsi un futuro degno di essere vissuto lontano da ogni fonte di ricordo e di dolore.

E così fece. Quel torrido giorno dell’estate 2011 partì con un borsone sulla spalla che conteneva qualche vestito, la foto del suo ultimo compleanno trascorso con entrambi i suoi genitori, il libro che stava leggendo ovvero “Foglie d’erba” di Walt Whitman, la sua inseparabile macchinetta fotografica, la lista delle 1000 cose che avrebbe voluto fare prima di morire, i suoi documenti e qualche altro oggetto che le sarebbe stato utile.

Non sapeva nemmeno dove sarebbe andata, dove l’avrebbero condotta i suoi piedi, ma era comunque decisa a non voltarsi indietro e a continuare a camminare senza farsi scoraggiare dalla precaria situazione nella quale attualmente era. Aveva solamente se stessa, e avrebbe trovato il modo di cavarsela da sola senza nessuno accanto, contando solo su di se.

Aveva imparato a convivere con la perenne assenza di sua madre; aveva imparato a parare i colpi violenti suo padre; aveva imparato a camminare da sola nonostante la signora Anne le stesse accanto; aveva combattuto contro i suoi demoni interiori e aveva abbattuto le sue insicurezze perché in una situazione come la sua essere insicura le avrebbe solo causato altro dolore, e non poteva permetterselo. Aveva diciannove anni e sembrava ne avesse vissuti trenta in più. E di certo non si sarebbe fatta scoraggiare dalla mancanza di soldi o dal non sapere dove si sarebbe fermata. “Se voglio ritrovare me stessa non ho bisogno di niente, se non di cercarmi”, questo pensava, e infatti così avrebbe agito.

Avrebbe affrontato un lungo viaggio, sia fisico che mentale, ma alla fine sarebbe riuscita a tagliare il suo traguardo e a raggiungere la sua meta finale. Ne era certa.